“Lasciare queste piante così, secche, sterili, impossibilitate a riprendersi, è come abbandonare i morti al camposanto senza seppellirli”VIDEO

Gianmaria Forte è un agrotecnico che a Veglie – in provincia di Lecce, a pochi minuti dal mare di Porto Cesareo – gestisce l’azienda agricola di famiglia. Fa molto piacere raccogliere le opinioni di un giovane che ha trovato da subito la sua vocazione: si può dire che Gianmaria s’è buttato a lavorare con passione la terra fin da bambino.

OLISSEA OLIVO CENTENARIO A VEGLIE 2010

Che cosa producete?
Soprattutto ortaggi e piante mediterranee. Abbiamo anche un grande ficheto che produce fichi d’India oggi molto richiesti e un impianto intensivo di olivi e melograni.
Nei dintorni di Veglie, come purtroppo un po’ dappertutto in Salento, ci sono piante centenarie enormi, meravigliose, tutte attaccate dalla Xylella. Un immenso cimitero che spezza il cuore a chi le ricorda invece rigogliose e possenti appena una decina di anni fa. Cosa si può fare contro questo disastro?
La mia opinione è che bisognerebbe agire e non lasciare incolti i terreni perché vedere questo paesaggio abbandonato, la terra piena di erbacce (da cui poi nascono gli incendi che aumentano ogni estate e deturpano ancor più il territorio) è davvero demoralizzante. Noi, che ci occupiamo anche di turismo, tocchiamo con mano lo smarrimento della clientela. L’immagine che viene fuori è pessima, deprimente, per nulla incoraggiante soprattutto per quelli che la ricordano verdeggiante e rigogliosa. O si agisce su questo batterio, ammesso che esista un antidoto, oppure bisogna abbattere questi alberi secolari e impiantare nuove forme di agricoltura per dar modo a questi terreni molto fertili di produrre e diventare una nuova forma di economia. So di dire una cosa che sembra sacrilega se si pensa che alcune di queste piante risalgono a tre, quattrocento anni fa e vengono le lacrime agli occhi a pensare di doverle estirpare (senza contare il problema dello smaltimento). Ma lasciarle così, secche, sterili, impossibilitate a riprendersi, è come abbandonare i morti al camposanto senza seppellirli. Questa è la verità, per quanto tremenda sia questa immagine. Lasciarle così come sono illudendosi di poterle reinnestare non porta a nulla e siccome questa situazione si sta prolungando da 10 anni potete ben immaginare quali danni enormi stia arrecando alla nostra economia.
Questa opinione è condivisa fra gli olivicoltori?
Non tutti la condividono. Perché abbattere alberi centenari, con quelle forme meraviglio

XYLELLA A VEGLIE

se che più sembrano opere d’arte, è come distruggere un quadro, come fare a pezzi una scultura. Però non c’è via d’uscita, dobbiamo prendere una decisione drastica. D’altronde l’agricoltura non nasce a scopi decorativi ma funzionali, che nel tempo diventano anche decorativi e culturali. Ma la base resta la coltivazione, lo scambio, il cibo. Tutto sommato potrebbe anche essere l’opportunità per una ripartenza.
In tutti questi anni non si è voluto o saputo trovare una soluzione e intanto alcune regioni hanno addirittura incoraggiato la vendita del loro olio perché “senza Xylella”!
Quali sono le difficoltà per un’azienda di piccole dimensioni?
I grandi proprietari possono accedere facilmente a finanziamenti e incentivi che la comunità europea elargisce anche generosamente. Ma nel nostro territorio, oltre alle grandi proprietà, ci sono soprattutto piccole proprietà ereditate dai nostri nonni e misurate in numeri di piante. Piccoli poderi di 20 o 40 alberi, magari un filare qua e uno là, nemmeno censibili catastalmente. In queste condizioni di “invisibilità legale” non hanno diritto a incentivi. Ovviamente per questi contadini l’abbattimento di alberi così grossi è una spesa troppo onerosa, è ovvio che decidano di lasciar perdere. Erano piante che venivano curate principalmente per consumo domestico, per fare l’olio di casa. Orti più che coltivazioni. Spesso gestite nei ritagli di tempo da persone che hanno altri lavori, che non traggono sostentamento dal loro piccolo podere. Non si può pensare che possano accollarsi le spese di contrasto a questa catastrofe. Questa frammentazione rende ancora più difficile la ripresa.

XYLELLA A VEGLIE

Ti sei fatto una tua idea del perché questo batterio abbia colpito in maniera così massiccia?
La mia idea è un’idea molto personale ma devo dire che comincio a sentirla condivisa anche da altri agricoltori, specie se olivicoltori. Temiamo che questo batterio sia stato creato in laboratorio, magari per sperimentare degli antidoti, non sono certo un “complottista”. Diciamo pure che lo scopo fosse nobile e a fin di bene, che possa essere stato immesso in un’area a scopo di studio e che sia scappato di mano. L’epidemia si è diffusa in Salento ma la cosa preoccupante è che questo batterio ha dimostrato di saper camminare e, col clima che in Italia è più o meno lo stesso in tutte le zone, potrebbe diffondersi e diventare un problema non solo per tutta l’Italia ma, tocchiamo ferro, per tutto il bacino del Mediterraneo. La cosa strana è che nel momento in cui si è cominciato a parlare di Xylella e la devastazione non era che agli inizi, subito erano già disponibili sul mercato vivaistico le piante immuni.
Secondo te ci sono alternative sostenibili?
Sono passati 10 anni e se ci fossero state si sarebbe già fatto qualcosa. Per questo penso che non si sia voluto trovare una soluzione. Gli unici a sperimentare, a fare tentativi con la forza della disperazione, sono stati i singoli agricoltori. Che si sono attivati tentando di capire se con gli innesti si poteva ridurre il danno. Ma nel complesso c’è stato un disinteresse e un generale abbandono al nostro destino.

OLIVETO SUPERINTENSIVO

Cosa pensi di questi nuovi impianti super-intensivi che prevedono solo varietà immuni alla Xylella?
Gli olivicoltori che hanno fatto grossi investimenti negli impianti super-intensivi, che hanno una durata media di 15/20 anni, hanno rischiato benché il ciclo sia così breve perché non possiamo sapere oggi cosa succederà fra 20 anni, se cioè si ammaleranno di nuovo, dato che non possiamo escludere a priori che queste piante da varietà immune non vengano attaccate, ci sarà però il tempo e l’attenzione per selezionare le qualità migliori e si vedrà, dopo aver sfruttato le piante il più possibile per 15/20 anni, se saranno venute fuori varietà capaci di resistere e si procederà a reimpiantarle.
Quindi ci sono aziende che rischiano?
Questi grossi investimenti vengono fatti perché le aziende ci credono, non per semplice esperimento, anche se, è vero, a scapito della biodiversità. Perché comunque queste varietà di laboratorio come la “Favolosa” o la “Lecciana” sono resistenti al batterio ma non sono nostre varietà come l’Ogliarola o la Cellina. Per fortuna fra queste c’è anche il Leccino che è immune alla Xylella e che al momento è l’unica speranza per conservare la nostra cultura, il sapore del nostro olio. Spero che l’Università di Bari concentri la ricerca su questa varietà nostrale. È un’oliva straordinaria, con proprietà organolettiche eccezionali e… almeno è la “nostra” varietà! Se la devono modificare per renderla totalmente immune da questa malattia spero che riescano comunque a preservarne le ecceionali caratteristiche organolettiche. Sempre nella speranza che, nel tempo che tutti gli alberi malati vengano esplantati, il batterio non si adegui a sua volta.

GIANMARIA FORTE

Si è cominciato ad utilizzare anche cultivar di provenienza estera…
Facile poi importare altre varietà immuni da altre nazioni… ma dobbiamo vedere se poi si adattano alle caratteristiche del nostro clima, della nostra luce. Riguardo la luce, tanto per fare un esempio: l’impianto super intensivo non sfrutta questo fattore fondamentale di crescita e maturazione per l’ulivo e noi di luce ne abbiamo tanta! È un peccato non arricchire l’olivo anche con questo fattore ma… le correnti di pensiero sono tante!
Stanno cominciando ad arrivare sovvenzioni per centinaia di milioni di euro per aiutare il reimpianto, è un aiuto reale o pensi che modificherà qualcosa?
Si andranno a fare impianti super intensivi che modificheranno e stravolgeranno anche il paesaggio. I terreni in Salento sono prevalentemente rocciosi e non irrigui, per questo un tempo si piantava l’olivo, una pianta che si adeguava bene a questa caratteristica. La sua diffusione è dovuta quindi alla conformazione del terreno. Se lo vediamo da questo punto di vista rischiamo di perderci d’animo. Invece dobbiamo cominciare a immaginare anche nuove forme di agricoltura, tornare ad avere un “paesaggio produttivo”. Qui da noi le principali forme di impresa sono il turismo e l’agricoltura: se togli l’agricoltura togli una buona parte della nostra economia, una grande risorsa per il nostro territorio.
Sull’incentivo in sé per sé ci credo poco. Servirebbe invece pubblicizzare i nostri prodotti, promuovere campagne istituzionali, fiere, mostre, guardando anche fuori dai nostri confini. La politica dovrebbe valorizzare il prodotto e soprattutto fare in modo che l’agricoltore possa investire, acquistare terreni, nuove macchine, stare al passo insomma della nuova agricoltura.
La politica non è abbastanza attenta?
Quando ci sediamo a tavola ci rendiamo conto che ogni cosa che mangiamo viene dall’agricoltura. Non capisco perché questo settore debba essere cosi sottovalutato, questa è una cosa molto grave! Mi capita di parlare con alcuni agricoltori anziani della mia zona, gente che fa questo lavoro con passione da 50 anni… quando gli chiedi come va mi rispondono che sperano che al momento del raccolto cada una bella grandinata, così incassano i soldi dell’assicurazione! Non è una battuta, molti ci contano davvero perchè l’uva o le olive che producono vengono pagate sempre meno. E li capisco, è una situazione paradossale su tutti i fronti perché anche a me capita che quando consegno i miei ortaggi nelle mediazioni vedo che prima si apre il mercato al prodotto di importazione e solo dopo si ricorre a quello nostrale. Anche questo rientra fra i problemi che stritolano la nostra economia interna e troppi lo ignorano o fingono di ignorarlo. Con paesi come la Tunisia e il Marocco, che hanno un clima diverso, costi di manodopera e concimazione diversi, diversa pressione fiscale, non puoi essere competitivo. Dovrebbero nascere più filiere a km zero perché sta crescendo l’attenzione all’origine dei prodotti e almeno si potrebbe soddisfare questa domanda.
Le fitopatologie sono in aumento?
Purtroppo sì e questo aumento è molto dovuto all’agricoltura disinvolta degli anni ’70 – ’80 perché non era controllata e con i trattamenti chimici ha impoverito la terra e indebolito le piante. Anche per l’ignoranza o, se vogliamo essere più gentili, la scarsa lungimiranza dei contadini. Oggi per fortuna ci sono molti più controlli e non puoi andare sul mercato con un prodotto che non sia conforme alle norme. Per me l’incremento del biologico e dei controlli è una cosa buona, laiuta lo sviluppo di un’agricoltura più attenta e ho fiducia anche nelle persone che acquistano il

VARIETA’ CELLINA

prodotto e, con le loro scelte e la loro consapevolezza, stimolano un’economia che per ora sembra solo una nicchia ma è destinata a espandersi. Giustamente sono diffidenti del prodotto di importazione da paesi che esercitano meno controlli e di cui non conosciamo i protocolli. Ma il prodotto nazionale dovrebbe essere sempre una garanzia per chi lo mangia. Per questo dobbiamo avere fiducia nel consumatore finale: è lui che alla fine fa davvero girare l’economia. Anche nell’olio vedo un incremento di interesse per il prodotto biologico e questo vuol dire che presto o tardi da prodotto di nicchia diventerà invece un’abitudine di massa. Paghiamo l’olio da mettere nel motore della macchina più di quello che usiamo per nutrirci! Quando ci si rende conto di questo paradosso le persone finalmente capiscono che un olio extra vergine non può costare solo 2 o 3 euro al litro.

FICHI D’INDIA

Ci sono ancora pregiudizi verso gli agricoltori? È ancora un mestiere considerato minore o residuale?
Occorrerebbero segnali importanti per fare avvicinare i giovani alla agricoltura, dare la speranza e la dignità che merita questo lavoro bellissimo e che fino a poco tempo fa era considerato addirittura miserabile. I tempi sono cambiati e vedo che molti giovani guardano alla campagna con occhio diverso, non solo per fuggire dalla città, ma perché può diventare una fonte di sostentamento altrettanto appassionante delle professioni “istruite” e anche con una dignità sociale e un prestigio che sta ricominciando a guadagnare. Per me fare agricoltura è bellissimo perché crei un prodotto, fai crescere un albero, delle piante, degli organismi viventi. La pianta è come una persona, solo che non parla. Per cui hai questa grande responsabilità di saperla “ascoltare”, di darle voce.
Nella zona di Veglie quali sono i produttori che rivolgono più attenzione alla produzione di olio di qualità?
Almeno due nomi vorrei citare fra gli olivicoltori medio-grandi: i fratelli Rollo e l’Azienda D’Amato, ma ce ne sono anche tanti piccoli che fanno oli eccezionali. Magari fanno 10 quintali ma lo imbottigliano e lo vendono con diverse linee, però ci credono molto nonostante la grande fatica. Il loro olio è una vera esperienza, quando te la raccontano cercano di farla provare anche a te e non solo per vendere! Il territorio è pieno di questi piccoli produttori che riescono a vendere il proprio olio di qualità.
Mi colpisce che nonostante la malattia abbia aggredito i loro oliveti, li vedi che continuano a lavorare con ostinazione, come se niente fosse. Le grandi piante sono magari seccate a metà, ma loro stendono ugualmente le reti sotto la parte sana, raccolgono a mano, potano, passano col trattore per lavorare la terra e tenerla pulita. Sono per me un esempio meraviglioso di attaccamento e dignità.

VIDEO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Share: