Dialogo tra il serio e il molto serio

 


Dr. J
– Non ne posso più. Il mondo dell’olio è ancora all’età della pietra, anzi è una pietra, immensa, inscalfibile, sulla quale rimbalza tutto, parole, scritti, premi. I grandi commercianti continuano a fare il loro lavoro, i piccoli ancora non capiscono qual è il loro. Non c’è niente da fare, non vogliono capire. Xylella, latte, un casino pauroso e nessuno fa niente per risollevare un mondo che ha fortemente bisogno di risorse?

Mr. O – La pietra più grossa sei tu caro mio, che ancora non hai capito il verso giusto di questa cosa, che ti scandalizzi per le bottiglie in offerta al supermercato e pubblichi foto di qua e di là e ti accontenti di commenti sconsiderati senza renderti conto che lì comincia e lì finisce, leoni da tastiera che non mettono paura a nessuno. Ma possibile che il mondo agricolo, in Italia, alza la voce solo per rivendicare stati di calamità? Ogni tanto il popolo è chiamato a raccolta vestito con gilet gialli e bandierine, illuso che sia la strada quella per migliorare le cose, senza rendersi conto che in realtà hanno messo la volpe a far la guardia al pollaio. C’è un disegno ed è quello di rivendicare un perenne stato di crisi dell’agricoltura italiana, di voler cambiare tutto ma in realtà non deve cambiare nulla.

Dr. J – Arieccolo, è tornato il genio della lampada! La fai sempre facile tu, ma le tue sono chiacchiere e basta, perché nella realtà delle cose tu la terra non l’hai mai toccata, ne parli, ne parli, bel mestiere questo. ‘Armiamoci e partite…’, bisogna fare questo e questo, ma poi tocca a noi farlo. Facile eh?

Mr. O – Bene, so di gente con la testa fresca che va in cerca di oliveti abbandonati; offre la potatura, la coltivazione del fondo, la concimatura, la raccolta, fino all’estrazione dell’olio, garantendo al proprietario la messa a reddito di un terreno inutilizzato, senza far nulla. Un progetto serio, di lunga durata, regolarmente sancito da un contratto pluriennale. Non trova nessuno. Una parte dell’Italia olivicola, anche in zone famose, è abbandonata o a un passo dall’abbandono, ma non si fa nulla, si preferisce la PAC, garantita anche se non coltivi.

Dr. J – Complimenti per il coraggio, si facessero pure avanti questi signori. Ma possibile che non hai capito che serve un piano olivicolo nazionale e degli sforzi maggiori a partire dalle politiche agricole! Si regalano milioni di euro al ricco settore vitivinicolo e a quello olivicolo si regalano solo pochi spicci. Negli anni passati in Sicilia davano un contributo a chi macinava olive e un premio/incentivo per chi coltivava il proprio uliveto. In Toscana 18.000 euro a ettaro per fare vigne ma si sa ci sono i grandi nomi, possibile che non si trovano 5.000 euro a ettaro per ripristinare oliveti? Il fatto è che siamo piccoli e non abbiamo nobiltà al “comando”. Dobbiamo fare le giuste pressioni anche dal mondo olivicolo. Ma non c’è unione e non se ne parla! Tra l’altro sono due settori che potrebbero essere strettamente collegati. Visto che abito in un territorio ad alto valore vitivinicolo ti posso garantire che chi vende olio a prezzi alti sono coloro che hanno aziende vitivinicole e visto che di oliveti ce ne sono molti abbandonati in centro Italia, togliere qualche soldo in un settore come la vigna che è l’unico vero settore agricolo che crea reddito per darlo al settore olivicolo non sarebbe male.

Mr. O – Serve un progetto, serve una testa pensante, non bastano i soldi se non si garantisce l’efficacia del loro utilizzo. Soldi, soldi, solo soldi, l’agricoltura in Italia ha preso strade diverse e oggi è rappresentata da colori sgargianti che anziché pensare al prodotto agricolo come fine, lo vedono soltanto come mezzo per arrivare al vero obiettivo: i soldi! Ti garantisco che non c’è bisogno di sovvenzioni, la gestione redditizia di un oliveto, anche abbandonato, deve seguire regole ben precise, ma è attuabile da chiunque abbia voglia e passione. Le sovvenzioni non hanno mai funzionato e mai funzioneranno, in quanto creano inizialmente un recupero ambientale, ma se non c’è passione e competenza i terreni non diventano produttivi e soprattutto non si garantirebbero qualità, poi finiscono i soldi e si ritorna all’abbandono… È storia vecchia. C’è chi è disposto a pagare un affitto per ottenere le terre in gestione, eppure trova enormi difficoltà a reperire soggetti che siano d’accordo. Nel comune di uno di questi signori, ci sono più di 10.000 piante abbandonate. Questo dovrebbe far riflettere tutti e un’analisi attenta delle cause e motivazioni renderebbe evidente quale disastro incombe.

Dr. J – Sinceramente ne ho 3.000 di olivi e non è facile far quadrare i conti.

Mr. O – Questo mi dispiace veramente, sono queste le cause che hanno portato generazioni olivicole ad abbandonare i terreni. Non c’è una bacchetta magica e non dico che sia facile, ma tutto dipende dalla qualità che si riesce a produrre, dalle caratteristiche che consentono la valorizzazione del prodotto e dalla capacità di raggiungere un corretto posizionamento sul mercato in grado di garantire una giusta redditività.

Dr. J – Se vieni da me te ne trovo a migliaia, ma sono meno produttivi di quelli della Tuscia. In Val di Chiana, anche Val d’Orcia.

Mr. O – In Toscana? E io che pensavo fossimo in … E poi ci lamentiamo che l’Italia non produce più olio…

 

Cari lettori che avete avuto la bontà di arrivare fin qui, voi pensate si tratti di un discorso di fantasia, abituale per DrJ e MrO, invece è tutto vero. Ho solo riportato lo scambio di post tra due olivicoltori, uno volenteroso del Viterbese e  uno esausto della Val d’Orcia. Sì, Val d’Orcia, avete letto bene. Se non ci fosse da piangere, verrebbe da ridere… A proposito, che epoca era quella in cui si gridava: “La Terra a chi la lavora?”. Esatto, un’epoca in cui non c’era la PAC.

 

 

 

Share: