Riceviamo e pubblichiamo questa lettera inviata da Giordano Cellai olivicoltore di Reggello (FI)

Mentre mi avvio per incontrare gli amministratori del mio comune, mi vengono in mente tante domande. La prima è: Ma chi me lo fa fare? A quest’ora dovrei essere tra i miei olivi, a ripulire da rovi e quant’altro… – Ma la risposta è chiara e imponente. Il rischio per me, e per tanti piccoli agricoltori, è quello di non poterci proprio più stare tra i nostri olivi. I soldi si sa, prima o poi finiscono e se non si riesce presto a dare remunerabilità a questi nostri antichi amici, presto saremo costretti a lasciarli in una scelta del tipo o noi o loro.

GENERAZIONI FUTURE

Penso e ripenso… Com’è possibile che a un incontro nella sala di un consiglio comunale, in un evento organizzato con il patrocinio del comune stesso, non ci sia nessuno dell’amministrazione comunale? Sono si rimasto deluso, ma purtroppo non sorpreso. Non posso più esserlo dopo anni di completo silenzio.
Il clima è generale. In Italia tra xylella e produzioni altalenanti dovute soprattutto all’obsolescenza degli impianti, siamo ancora a rincorrere la quantità e la riduzione dei costi.
E’ da poco uscito sullo scaffale un olio 100% italiano in offerta a €2,99 al lt. Mi chiedo: Ma com’è possibile? Ma anche in questo caso la risposta è chiara, lucida. Il lento suicidio dell’olivicoltura mondiale continua inesorabile fino a quando l’ultimo imbottigliatore non si sarà estinto. Numeri, tendenze, previsioni, investimenti e crolli; l’olio non è più cibo, l’olio è una commodity quotata in borsa.
Torno a pensare ai miei olivi, li vedo sventolare il loro argento, abbarbicati ai muri a secco costruiti dai miei nonni e dai nonni dei miei nonni. E’ impensabile che non esista una soluzione; possibile che solo io possa vedere questa bellezza?

MURETTI A SECCO REGGELLO

Tra poco incontrerò sindaco, vicesindaco, assessore alle politiche agricole. Dovrò chiedergli come mai non c’erano, dovrò capire qual è il loro progetto per la nostra agricoltura. Tutte cose che già so. A nessuno importa di due matti che si ostinano a raccogliere olive sui terrazzamenti. Oggi il businness si fa comprando le olive altrove a prezzi stracciati, portandole nei nostri frantoi reggellesi per poi lavorarle e impacchettarle con etichette che raffigurano i nostri muretti a secco, gli stessi che nessuno costruisce più.
– Possibile che sia solo io a pensare a quelli che verranno dopo di noi? –  I nostri nonni ci hanno lasciato alberi da frutto che ancora ci nutrono, muri che ancora sostengono il nostro territorio, ci hanno lasciato proverbi che ci insegnano le cose davvero importanti e un futuro che oggi è il presente. Cosa lasciamo noi ai nostri figli, nipoti? Oggi in una società che viaggia alla velocità della luce, il presente è già passato e il futuro non esiste.

HOBBISTI DELLA DOMENICA

Mentre percorro con la bici questa che è un’antica strada romana, un tempo giardino di olivi, frutti e vita, mi accorgo di essermi abituato a questo patchwork di olivete mal tenute e olivete abbandonate. –  Per fortuna che ci sono gli hobbisti e i pensionati! –  mi dicevo una volta. Poi ho deciso di fare la scelta folle di fare il contadino come professione. Dieci anni fa avevo 30 anni e tutta l’energia necessaria per sfidare il mondo. Oggi non sono più tanto sicuro che questi irriducibili dell’agricoltura part-time siano una benedizione per il nostro territorio. Certo, senza di loro probabilmente ci sarebbe ancora più incuria e abbandono… o forse no. Voglio dire, in annate come questa, dove il raccolto è stato eccezionalmente abbondante, tutti si sono messi a raccogliere olive. Passando, la domenica, si vedevano intere famiglie che durante la pausa pranzo apparecchiavano sul carrello del trattore o tra i filari di olivi. Sembrava di essere tornati indietro nel tempo. Il sogno però è durato poco, giusto il tempo di scuotere distrattamente gli olivi più carichi. Poi tutti tornati al proprio posto, in uffici, negozi, a casa, con un bel carico di olio rigorosamente non filtrato. Ed è qui che, come si dice, casca l’asino. Noi contadini “di professione” siamo stati travolti da un vero e proprio tsunami di olio a basso costo: 9, 8, ma anche 7,00 € al litro. Per queste persone l’olio non rappresenta una fonte di reddito e la cosa più importante è riuscire a sbarazzarsene il prima possibile per non avere il pensiero di doverlo “cambiare” (operazione di rimozione della morchia) a primavera.
Mi fermo a un bar per fare colazione. La sera fanno pizza e mentre sorseggio il cappuccino troppo caldo, gli occhi mi cadono sulla bottiglia bisunta di olio su uno dei tanti tavoli della sala. Con il cappuccino in mano mi avvicino, la prendo in mano e l’etichetta mi dice che è una miscela di oli. A questo punto, mi dico, il fatto che non abbia l’antirabbocco non è più il problema maggiore.
– Ma qui siamo a Reggello!  –  mi viene da urlarmi dentro.  Com’è possibile? Ma anche qui la risposta è più che palese.
Basta, non voglio più rispondere a tutte queste stupide domande. Ho deciso: andrò dai miei amministratori e gli parlerò col cuore in mano, come mi riesce meglio, come i miei olivi mi hanno insegnato a fare.
Gli racconterò della mattina, quando l’aria frizzando entra nelle narici e c’è bisogno di battere i piedi per riscaldarsi un po’; almeno fino a quando non si è cominciato ad alzare i sassi per rimetterli a posto. Gli racconterò dell’infinita soddisfazione quando, finito il muro, ci si gira e tutto è armonia, ordine. Un ordine non solo necessario, ma che nutre. Gli racconterò che dopodomani andrò con la mia macchina a portare 100 litri di olio in Svizzera, a un gruppo di persone che sostengono le realtà contadine. Gli racconterò come queste 160 famiglie (che mi hanno già comprato 150 litri prima di Natale) abbiano comprato un’intera fattoria e dopo averci messo quattro persone a lavorare, riescano a non andare più al supermercato. Gli racconterò dei ragazzi dell’Estonia, degli americani, di come finalmente alcune persone comincino a capire.
Capire che non siamo fatti per vivere in maniera distratta, non siamo fatti per correre, non siamo fatti per trangugiare la prima cosa che ci viene presentata in un piatto.
Mangiare è un atto politico, oggi più che mai.
Poi gli racconterò dei miei colleghi, amici e quasi fratelli. Gli racconterò della loro resilienza, di come la passione li guidi e degli straordinari risultati ottenuti da quando hanno deciso di mettersi in discussione. Gli racconterò degli Olivicoltori del Pratomagno e chiederò loro: Voi, da che parte state?

Thanks to Keith Haring

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