Continuando a camminare senza meta, i nostri passi ci conducono sino alla bellissima Taranto.
 Il silenzio ci assale; Taranto è stata l’ultima tappa in vita di Lucio. Qui si spense nel 70 DC. Ma proprio qui scopriamo un simbolo della resistenza.

MARCO: Guarda lassù, Lucio, il volo di quel Nibbio Reale (Milvus milvus). Nel sole alto di mezzogiorno l’eleganza prende la forma, silenziosa e solitaria, di questo magnifico rapace.
 È all’apice di un delicato equilibrio naturale che dal Parco Naturale del Pollino scende dapprima a valle, seguendo il letto sassoso del Sarmento, da questo al Sinni e poi al mare.

PARCO NAZIONALE DEL POLLINO

Il Pollino è il parco nazionale più grande d’Italia con circa 192 mila ettari. Rappresenta nella complessità del suo ecosistema una vera e propria enclave di resistenza, di lotta pacifica e silente, ma quotidiana, della Natura, un luogo dove il nostro pianeta Terra respira e dove avvertiamo una sottile speranza di sopravvivere all’opera irrazionale e arrogante dell’uomo. Si sente, dagli intensi profumi delle piante officinali misti alla macchia mediterranea, che qui tutto si rigenera permanentemente.

LUCIO: Ma come tutto è cambiato qui! Ricordo l’antico insediamento greco di Siris, che costituì successivamente il porto fluviale della città di Eraclea, fondata nel 432 a.C., e durata fino al VI secolo dopo Cristo. Il fiume si poteva navigare ai miei tempi e rappresentava un’arteria commerciale fondamentale “al di là del mare”.

MARCO: immagino che sia stato navigato per molti secoli ancora, fino a quando la mancata regolamentazione del suo delta, del suo corso e infine ancora la realizzazione della diga di Monte Cotugno, lo hanno ridotto all’attuale stato di fiume stagionale come vedi sassoso.

ERACLEA

Come non assecondare Lucio nel suo racconto dell’antica Siri, fondata da esuli di Troia, e poi sottomessa nel momento del suo massimo splendore da Sybaris e Kroton (Crotone), infine relegata a porto di Heraclea. Non distante, la città di Metaponto con la Scuola di Pitagora (Tavole Palatine). La Storia della Umanità (con la S e la U maiuscola!) qui in Lucania raggiunge un apice assoluto come quello alato che ammiriamo volteggiare sulle nostre teste. Ma i pensieri di entrambi tornano alla nostra principale passione di vita: l’olivicoltura.
 Qui in Lucania c’è un elemento determinate per gli equilibri di uno straordinario ecosistema, ed è proprio quel Parco Naturale del Pollino che rappresenta ancor di più oggi un elemento centrale di difesa ambientale. Un simbolo per tutti d’ispirazione e modello strategico, da replicare a mio avviso in grande scala. Ecco il punto.

MARCO: Da tempo immagino un’olivicoltura quale attività agricola ispirata a una azienda a conduzione biologica di ben 250 ettari, di cui oltre 160 tutti olivetati, con oltre una dozzina di cultivar diversi, alla faccia della Globalizzazione del gusto. Un’azienda che si trova a San Giorgio Lucano e più esattamente nella Grancia di Rosaneto. L’agricoltura qui c’è da sempre ed è assolutamente biologica, senza contaminazioni interne ed esterne in quanto protetta dalla imponente presenza del Pollino.

PARCO NAZIONALE DEL POLLINO

L’idea è ambiziosa. Immaginiamo un’ampia fascia (di un centinaio di chilometri) di agricoltura biologica messa (obbligatoriamente e non volontariamente) tutta intorno a protezione del Parco Naturale. Avremmo creato così una vera e propria BioRegione di grande dimensione a trazione organica!
 Un modello che parte dunque dai Parchi Naturali e, intorno a questi, imposta esclusivamente un’ agricoltura biologica a tutto tondo, un raggio virtuoso sempre più ampio. Un vero biodistretto produttivo e obbligatorio per tutti, senza se e senza ma. Non ci sono alternative né deroghe possibili. Un progetto magari anche sovranazionale, perché la Natura non conosce i confini politici.

Là dove, in questa ampia zona naturalistica, ci siano centri urbani, con le attività produttive connesse, che queste siano esempio di integrazione e rispetto dell’ambiente, con le giuste e sensate norme di tutela per trasformare e rendere sostenibili per quanto possibile le indispensabili attività umane industriali, artigianali e commerciali. Dove, per esempio, le energie rinnovabili siano assolutamente alla base della presenza e attività antropica.

Continuando a camminare senza meta, i nostri passi ci conducono sino alla bellissima Taranto.
 Il silenzio ci assale; Taranto è stata l’ultima tappa in vita di Lucio. Qui si spense nel 70 DC. Ma proprio qui scopriamo un simbolo della resistenza. È un Oliveto Biologico di 50 ettari, la Piantanella, che si affaccia sull’ ecomostro della ILVA di Taranto. Siamo in prima linea a dimostrazione che ovunque è possibile riprenderci il diritto alla Natura. Se lottiamo, sia chiaro, lo facciamo per salvare l’Umanità come specie e non tanto per salvare il Pianeta. Questa Terra non ha bisogno di noi, continuerà comunque a girare intorno alla Stella Sole per chissà quanti altri migliaia di anni e lo farà, indifferente e imperturbabile, con o senza di noi.

TARANTO

LUCIO: Credi sia possibile imporre il cambiamento? Pensi che chi specula con l’inquinamento sulla pelle delle persone sia disposto a rinunciare ai suoi guadagni e a favorire il cambiamento?

MARCO: Iniziamo dalla base. Che siano i Consumatori, col loro necessario potere acquisitivo, a comprare solo prodotti biologici, a rinnegare e rifiutare sempre più i prodotti convenzionali. Mettiamoli fuori gioco! Che la Domanda generi il cambio culturale necessario!

Creare dunque realtà produttive sostenibili nelle direzioni opposte a quella agricoltura convenzionale. L’olivicoltura sia la matrice principe di questo cambio radicale perché tu mi insegni: “Olea, quae prima omnium arborum est”.

LUCIO: Spiegami meglio cosa intendi quando dici sostenibile. Non sei tu fanatico del progresso tecnologico e delle economie di scala, della meccanizzazione e quanto altro?

MARCO: Non ripudio la mia passione per la tecnologia applicata al processo. Dico che questa, come in fondo tutto ciò che facciamo, non può prescindere dalla centralità dei valori comuni ed essenziali. Quindi: macchine e processi che valorizzino l’uomo ancor prima che il prodotto. Auspico un’ Olivicoltura che sia generatrice di oli sempre migliori per la qualità, ma anche per la tutela dell’ambiente naturale e sociale, in quanto generatrice di posti di lavoro qualificati e qualificanti nel rispetto della Natura che ci ospita.

FIUME SIRIS OGGI SINNI

Che finalmente l’olio EVOO in bottiglia rappresenti non solo se stesso quale valore nutrizionale, ma un valore ambientale, paesaggistico e occupazionale.
Fare l’olio dagli alti valori sia il motore di benessere socio economico, soprattutto per i più deboli della filiera. Auspico che i nostri operai agricoli siano nel tempo faticosamente formati. Perché è su di loro che occorre fortemente investire. È indispensabile arricchire di tutte le conoscenze necessarie chi lavora l’olivo. Che la manodopera sia socialmente rivalutata tanto da esserne tutti profondamente orgogliosi. Vorrei un giorno sentirli dire: sono olivicoltore e me ne vanto!

LUCIO:
 Avverto che se il tuo modello del Biodistretto venisse adottato dai Governi delle Nazioni ci troveremmo a “contaminare” a macchia d’olio il nostro pianeta che ricordo finito e limitato. Per cui prima o poi avremmo un intero pianeta rigenerato o ampie zone recuperate stabilmente. Quindi per te la prima e unica forma di Agricoltura è quella biologica, l’unica in grado di invertire la tendenza autodistruttiva che avete scelleratamente creato.

MARCO: Si è così! Ma… è forse solo pura utopia. Un sogno di mezza estate!

Share: