Prima o poi le strade degli italiani incrociano quelle delle radici. È un destino forse, un legame che riemerge negli anni. E così, come nel caso di Claudio Di Mercurio, un ingegnere può diventare un frantoiano formidabile e una eredità di terreni e olivete un patrimonio prezioso per un marchio improvvisamente proiettato tra i grandi dell’olio italiano.

La storia di Frantoio Hermes nasce nel 2009 quando Claudio acquista un frantoio e si iscrive a un corso per frantoiano organizzato da un nome mitico dell’olio italiano, Marco Mugelli. Claudio era già un produttore, ma non era contento dei risultati

Gran Sasso oliveti

ottenuti nei frantoi della zona. “Volevo controllare completamente il ciclo produttivo, mi sembrava l’unico modo per ambire davvero ad una qualità piena. Comprai un piccolo frantoio da Giorgio Mori, quell’incredibile artigiano che produce frantoi fenomenali e che, soprattutto, ascolta le esigenze di tutti e personalizza ogni macchina. Lui mi mise in contatto con Marco Mugelli che mi aprì le porte di un mondo”. Nacque così, con questo incontro, una delle firme più interessanti dell’olio italiano, grande interprete di un territorio visceralmente legato alla sua tradizione, dove si viaggia per chilometri in mezzo a colline coperte di ulivi. “A guardare il paesaggio si impara molto. Qui vicino c’è un triangolo famoso –Loreto Aprutino, Pianella e Moscufo– dove gli ulivi coprono ogni pezzo di terra, è impressionante. Viaggiando verso Penne ci si avvicina alla montagna e gli olivi si diradano. È una geografia precisa: sui miei terreni bassi c’è la Dritta, poi quando si sale comincia la Castiglionese”. A raccontare è ancora Claudio Mercuri che prosegue, “la mia specialità è la Dritta, il grande classico del nostro territorio. È una cultivar che si è adattata bene agli inverni freddi e alla calura estiva, si chiama Dritta proprio per l’affidabilità produttiva. Si trova dai 200 ai 400 mslm. L’olio ha un richiamo deciso alla mandorla, con un fruttato delicato, un

Triangolo d’oro

amaro intenso e un piccante elegante. Poi c’è la Castiglionese, che si trova dalla riva del mare ai 700 metri. Resiste al freddo. È una cultivar antica. Diffusa nel teramano e in parte del pescarese. Meno produttiva della dritta, molto alternante. L’olio richiama il carciofo e ha decise note erbacee con profumi complessivamente verdi. Poca resa, piccante, elegantissima. Qui c’è anche la Gentile dell’Aquila, che non è tipica di questo territorio, ma è stata introdotta dal professore Vittorio Di Carlo e qui ha risultati ottimi: olivi piccoli, molto produttivi, drupe a duplice attitudine. L’olio ha un fruttato fantastico. È abbastanza piccante, mai troppo amaro, e con profumi che spaziano da un pomodoro deciso a un delicato profumo di mela”. L’eredità del Professor Di Carlo è in effetti stata quella di lasciare terreni con cultivar diverse piantate negli anni ’80 e oggi affittati da Claudio. “Si aggiungono ai 24 ettari che arrivano dall’eredità di mio padre, morto nel 2010, e dalla famiglia di mia moglie”. Siamo in generale a 350-400 metri, il mare a 20 chilometri e la montagna, già a 1600 metri di quota, a 25 chilometri. Un paesaggio dominato dal verde argentato degli ulivi, con quella striscia blu lontana e il bianco delle vette del Gran Sasso dall’altra parte. Claudio prese in mano i terreni nel 2006 e il frantoio nel 2009. “Una passione”, dice lui, “ho dei dipendenti, ma al frantoio lavoro personalmente. Oggi sono diverse le realtà importanti che vengono qui a lavorare le olive, è un rapporto con il territorio che è cresciuto, non avrei mai immaginato quanto”. Anche la gestione agronomica è

Claudio Mercurio

affidata a Claudio che ha portato avanti l’enorme esperienza del padre. “Fare oli monocultivar è la mia passione, come lo è sperimentare. Qui ho introdotto la Picholine che è una cultivar tardiva e mi consente di scaglionare la raccolta, in genere la raccolgo a novembre che è ancora verde. Anche sulla Posolella, che era quasi scomparsa, io ho fatto un lavoro di ricerca. Inizialmente ho chiesto le drupe, una cassa alla volta!, a chi ne aveva una o due piante e ho fatto un olio monocultivar. Poi l’ho piantata insieme alla Carpinetana, sua storica impollinatrice. Sono due cultivar che arrivano dai terreni intorno all’abbazia cistercense di Carpineto della Nora, a due passi da Civitella Casanova, sotto al Gran Sasso”. Per questo Hermes produce una collezione di etichette che non finisce più, quasi tutte monocultivar, e la sua esperienza sarà preziosa per il territorio, perché questa passione mette tutto in discussione e la tradizione ne uscirà rafforzata. Ma la storia non finisce qui: in azienda c’è già anche la figlia Maria Chiara, ottima assaggiatrice, che sogna addirittura un’azienda tutta sua.

Gli oli.

Vesta DOP Aprutino Pescarese

Un olio monocultivar da olive Dritta, dal grande carattere espresso con eleganza. I profumi sono complessi e ruotano attorno alle erbe –origano fresco, rucola, pimpinella– e all’orto invernale, soprattutto sulla foglia di cardo e al gambo di carciofo. In bocca spicca la mandorla e un amaro pieno, ma amai prevaricante.

 

Immagine di copertina tratta da Radici,  il primo libro edito da ELS – Edizione Libri Serigrafici E altro.
Una raccolta di disegni e  storie “legate” agli alberi e curata da persone di diversi paesi. Nell’ulitma di copertina si legge “il raccontare, il reinventare, il riannodare le tracce del proprio passaggio e farle diventare pensiero e spirito, cultura, nuovi immaginari”

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