Effetti del buon governo in campagna_Ambrogio_Lorenzetti
Nocellare strepitose dalla Spagna, Arbequine eccezionali da zone più fredde della Toscana, Frantoi in Cile e Patagonia emozionanti, Coratine godibilissime in Argentina e profumatissimi Leccini in Australia.
Apriamo la mente a un concetto rivelato da un grande Maestro: “L’olio come il vino, l’olivo come la vite!”
Solo confrontandoci internazionalmente sulle “poche” cultivar comuni e condivise potremmo un giorno elevare l’extravergine di qualità riconosciuta e riconoscibile da tutti proprio perché culturalmente patrimonio di esperienze di tutti i consumatori in tutti i mercati, dagli Usa al Giappone.

La memoria è per l’appunto il potente motore della nave che ci sta portando da un posto all’altro del Mediterraneo, quella nave fantastica che può addirittura volare alta nel cielo o solcare le sabbie dei deserti africani. Tutto è possibile in questo nostro fantastico viaggio, tutto è permesso. Almeno a Lucio e a me, fosse anche solo di potersi fermare per una volta, questa, all’ombra degli olivi. Il bello di viaggiare liberamente è proprio quello di poter scegliere di stare fermi in un posto il privilegio di riflettere e osservare, anzi meglio: di ascoltare.
Il vento che ci serve per viaggiare ci sorprende ora seduti sui muri a secco al bordo di una strada bianca. Nel campo di fronte una serie di Leccini, poi Frantoi, poi più in alto Moraioli e di lì a pochi passi un altro muretto in pietra a dividere. E ancora oltre si affaccia all’orizzonte la città di Siena, di cui s’intravedono la torre del Mangia e il campanile del Duomo.

TORRE DEL MANGIA SIENA PIAZZA DEL CAMPO

LUCIO: Dove Siamo?
MARCO: Siamo a Catignano, una collina che si apre su Siena, esposta a Sud, Sud Ovest, ai bordi meridionali del Chianti Classico.
LUCIO: Stiamo osservando “Sena Iulia”, vorrai dire. Ricordo nella mia permanenza in Etruria, di un antico insediamento prima etrusco e poi romano proprio sulla Cassia, appunto quella che tu chiami Siena. Com’è cambiata! Ai miei occhi ora appare bellissima. Ma i luoghi che vedo d’intorno sono di armonia straordinaria, esattamente come lo sono sempre stati. Certo li avete in parte cambiati perché vigna e oliveto si sono estesi in modo sorprendente, con tutte queste case di coloni, castelli fortificati e nuove civitas con mura di protezione in luoghi dominanti. Ma la poesia del paesaggio è rimasta quella che ricordavo.

Il profilo della città senese lascia ammutolito Lucio. Quante cose straordinarie l’uomo ha costruito, giorno dopo giorno, trasformando l’eredità ricevuta in qualcosa d’altro, a volte magnifico come questa città medievale. In questo noi siamo abilissimi trasformatori, nel bene e nel male. Ci avviamo alla Piazza del Campo, che si prepara a un Palio Straordinario, quello di Novembre.

LUCIO: Anche le piante di olivo sono a me familiari. Solo quella che tu chiami Moraiolo mi sembra di non conoscere, le altre sono proprio quelle che ricordo diffuse ovunque anche in quel Metaponto dove siamo stati recentemente. Ho anzi il sospetto che almeno quelle che tu chiami Frantoio e Leccino siano giunte qui in Etruria proprio dal Metaponto.
MARCO: Sì, hai ragione. Il Frantoio e il Leccino sono due cultivar diffuse in tutta Italia e non solo. Entrambe le ho piantate insieme a la cultivar Coratina nel Nuovo Mondo, in quell’America del Sud che certo non hai visitato nei tuoi viaggi in vita ma che presto andremo insieme a conoscere. Insomma, oggi le nostre cultivar sono internazionali e si sono diffuse anche in territori profondamente diversi e lontanissimi da dove queste cultivar sono state selezionate. Ma, caro Lucio, è proprio su questo che oggi c’è grande confusione. Alcuni arrivano a sostenere che solo in Italia esistano oltre 500 cultivar diverse.

OGLIAROLA DEL BRADANO

Lucio sorride ed inizia a recitare a memoria un passo dal suo De Re Rustica:

_” Olearum, sicut vitium, plura genera esse arbitror, sed in mea notitiam decem omnino pervenerunt: Puasia, Algiana, Liciuiana, Sergia, Nevia, Culminia, Orchis, Regia, Circitis, Murtes.”

Lucio ribadisce il concetto: l’olivo è capace di produrre tantissime variabili genetiche ma per Cultivar si intende qualcosa di molto più ristretto, anche ai suoi tempi. E’ Cultivar il genotipo che realmente rappresenta un valore economico, valore diffuso in uno o più territori (quindi ampiamente coltivato: dall’ inglese Cultivated Variety, appunto Cultivar).
Al suo tempo, in epoca romana, il nostro massimo esperto di Olivicoltura ne contava una decina, non di più! Oggi in l’Italia, dicono, di Cultivar se ne contano oltre cinquecento. Ma è davvero cosi? Io personalmente nutro qualche dubbio in quanto dobbiamo, a mio avviso, distinguere l’enorme abbondanza di genotipi dall’effettivo numero di Cultivar.
Siamo onesti e diciamoci chiaramente che avere in giardino una pianta di olivo completamente diversa dalle altre e di cui nessuno sa nulla, ci riempie di sano orgoglio.
La diversità e l’unicità sono valori centrali della italianità, che rimane a mio avviso un concetto nazionale storicamente molto recente, anzi ci nutriamo continuamente di queste.
Aggiungiamo alla nostra originalità un complesso territorio fatto di valli e montagne che spesso isolano più che unire.
Agitiamo il tutto con oltre cinquanta dialetti e diverse lingue per scoprire come ad esempio la nostra principale cultivar nazionale, il Frantoio, dia vita alle seguenti “cultivar”: Bresa fina, Comune, Correggiolo, Crognolo, Frantoiano, Gentile, Infrantoio, Laurino, Nostrato, Oliva lunga, Pendaglio, Pignatello, Raggio, Raggiolo, Rajo, Razza, Razzo, Solciaro, Stringona.

LOVE ITALY

Ma non basta, a me piace verificare più a fondo e quindi ho raccolto personalmente il materiale genetico (le foglie) delle olivete in cui lavoro in Basilicata e le ho inviate al CNR di Perugia per accertarne la varietà. Una sorprendente conferma ho avuto quando le olivete piantate a Ogliarola del Bradano, e altre piantate a Cima di Bitonto (in tutto una sessantina di ettari) risultano essere al 100% coincidenti con il genotipo chiamato Frantoio. Ecco allora servito il nostro aperitivo italiano rigorosamente con oliva, ben ghiacciato. Salute!
Brindiamo insieme alla trentina di cultivar che realmente lavoriamo ogni anno e che già così “ridotte di numero” sappiate che son molte di più di tutte quelle che si coltivano nel resto del mondo.

LUCIO: Se ai miei tempi contavo circa una decina di cutivar nel mio mondo mediterraneo, quale è la situazione attuale?
MARCO: Nulla è cambiato! Ancor oggi sono una decina le cultivar che vengono introdotte nelle zone di produzione in modo ampiamente diffuso, quindi con centinaia di migliaia di ettari coltivati per ciascuna di essa.
Abbiamo delle Cultivar celeberrime, vere e proprie Super Stars dell’olivicoltura!
Frantoio, Leccino, Coratina, Nocellara hanno colonizzato enormi superfici dall’Australia, Sudafrica, Argentina, Uruguay, Cile, Perù, Brasile e poi ancora Nuova Zelanda, dimenticavo la California e poi ancora Cina ma anche paesi tradizionali del Nord Africa, o la stessa Spagna e la Grecia, dove Frantoio, Nocellara e Coratina sono molto apprezzate e quindi piantate.
Picual, Hojiblanca, Arbequina, Arbosana, Picholine, Koroneiki a sua volta sono state piantate ovunque incluso in Italia.

OLIVETI INTENSIVI AUSTRALIA

Lucio ha ragione. Cosa significa oggi parlare di difesa del proprio patrimonio varietale e resistere alla introduzione delle cultivar “straniere”? Ha senso tutto ciò? E ancora: questa ricerca del diverso non sarà solo un’imperiosa necessità del marketing moderno? Lo storytelling vincente e che fa trend, è quello per cui siamo geneticamente diversi, diversi a prescindere da come poi facciamo l’olio, a prescindere dal rapporto pianta-terroir-uomo?
Non sarà forse il caso di cominciare un racconto diverso, vero, fatto magari di lavoro in oliveto, di stress idrico controllato, di curve di maturazione, di tecnologie a basso impatto ossidativo e a temperature controllate, di filtrazione in linea, tra tante altre innovazioni?
Una storia fatta magari di caratteristiche del suolo, clima, tecnologie e capacità professionali che fanno diverso l’olio, anche se prodotto della stessa cultivar? Non sarà il caso di lasciar perdere le Cultivar e parlare di chi fa le cose per bene, prima piantando, poi elaborando e infine vendendo?
O crediamo possibile inventare un fenomeno Taggiasca all’anno. Il giorno che i consumatori scopriranno che dietro c’è soprattutto marketing, cosa credete che succederà alla già malridotta fama “italica”?
Guardare in faccia la realtà è sempre una buona ricetta, essere consapevoli di cosa sia successo e cosa stia succedendo è vitale per non cadere in discorsi sterili. L’uomo ha sempre portato con sé le cultivar più diverse, contaminando i nuovi e vecchi territori con le piante a lui care, a lui utili, per lui meritevoli di essere riprodotte, magari anche perché economicamente più redditizie.
In Vino Veritas! Sì, guardiamo al mondo del Vino. Prendiamo un caso emblematico: SASSICAIA.
Qualcuno mi vorrà dire oggi che è stato un sacrilegio piantare degli ettari di Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon in terra di Toscana dove il Sangiovese era ed è di casa? Che il vino italiano sia stato danneggiato dal piantare, in su e giù per la penisola, Pinot Noir, Merlot, Shyrah, Sauvignon Blanc, Viognier? Che abbiamo perso identità e che abbiamo scimmiottato i francesi? O vogliamo ricordare come in alcuni casi li abbiamo superati sul loro terreno? Non sarà forse che grazie al Cabernet e hai sistemi francesi di vinificazione abbiamo imparato a fare i vini di oggi? Sarà il caso di gridare con forza che la nostra Coratina di Corato in Puglia è da considerarsi il Cabernet degli extra vergini di oliva nel mondo?

SASSICAIA

LUCIO: Marco ti faccio notare che il Mediterraneo da sempre resta e rimane il Mare Nostrum. Ti ricordo che geneticamente parlando le tue Cultivar non sono altro che l’evoluzione delle Cultivar a me contemporanee. Insomma non avete inventato niente. State solo utilizzando l’evoluzione della specie vegetale Olea Europea. Non siete padroni di nulla e non lo siete mai stati. Per oltre mille anni abbiamo diffuso in lungo e in largo viti e olivi su e giù per il mondo romano. Noi abbiamo creato l’olivicoltura e voi cosa?
MARCO: Certo è difficile risponderti ma ci proverò. Noi, forse, siamo sempre più consapevoli di un processo produttivo dell’olio straordinariamente affascinante e di cui ti parlerò in un nostro prossimo viaggio.
Lucio, amico mio, quello che il Sassicaia ci insegna non è solo che in natura non esistono e non sono mai esistiti limiti politici e convenzioni di confini nazionali. Sassicaia ci insegna che là dove ci sono condizioni pedoclimatiche e antropologiche speciali si può ottenere un risultato qualitativo ineguagliabile, sublime se vuoi. Apriamo gli occhi e i sensi al raggiungimento di un valore universale alla stregua di qualsiasi altra forma d’arte possibile, ovunque, in un qualsiasi angolo del Mondo.
Sono convinto, caro Lucio, che avremo grandi sorprese in futuro!
Nocellare strepitose dalla Spagna, Arbequine eccezionali da zone più fredde della Toscana, Frantoi in Cile e Patagonia emozionanti, Coratine godibilissime in Argentina e profumatissimi Leccini in Australia.
Apriamo la mente a un concetto rivelato da un grande Maestro: “L’olio come il vino, l’olivo come la vite!”
Solo confrontandoci internazionalmente sulle “poche” cultivar comuni e condivise potremmo un giorno elevare l’extravergine di qualità riconosciuta e riconoscibile da tutti proprio perché culturalmente patrimonio di esperienze di tutti i consumatori in tutti i mercati dagli Usa al Giappone.

CAMPAGNA SENESE

Gli oli monocultivar sono il terreno vero di confronto internazionale per finalmente parlare tutti la stessa lingua ed apprezzare la qualità reale dell’extravergine. Confrontiamoci con il frantoio prodotto per esempio in Cile. Perché nel mercato entrambi si vendono con lo stesso nome varietale.
Dobbiamo semplificare il nostro mondo e comunicare i valori sensoriali patrimonio di tutti e non di pochi geneticamente eletti.
La nostra fortuna come Sistema Italia sarà quella di riuscire per primi a elevare nelle nostre società di consumo l’extravergine allo stesso ruolo sociale, economico e culturale che oggi occupa il vino di qualità. Un prodotto nobile, appunto. Solo dopo questa costruzione di un linguaggio e una sensibilità comune potremmo valorizzare economicamente le singolarità genetiche e territoriali.
Ecco perché difendere la diversità genetica non deve andare contro la costruzione del sistema di oli di qualità con la internazionalizzazione delle cultivar diffuse. Se anzi questa non dovesse avvenire su scala globale come ha saputo fare il vino, la biodiversità del patrimonio olivicolo italiano non vedrà purtroppo mai la luce.

In copertina:
Effetti del Buon Governo in campagna (1338) Ambrogio Lorenzetti. Siena, Palazzo Pubblico
(foto F. Mirulla, cortesia Comune di Siena) 

 

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