Cara Caterina, come promesso ti scrivo.
Tante le cose che vorrei affrontare insieme a Olissea.
Parto dal recupero delle campagne e dei posti di lavoro che giustamente Olissea auspica in Italia e nei Paesi vocati per l’olio e l’olivo.

Non c’è dubbio che stiamo vivendo un momento di forte evoluzione della olivicoltura nell’intera area del Mediterraneo e non solo. Più giro per il mondo e più vedo che l’evoluzione del settore olivicolo si sta focalizzando soprattutto sulla sostenibilità nel tempo degli investimenti produttivi. Tali investimenti in nuovi oliveti sono sempre più in funzione della produttività per ettaro, innovazioni che ci devono portare ad aumentare le tonnellate di olive per ettaro. L’olivicoltura funziona ormai solo là dove ci sono le condizioni per produrre con costanza e consistenza qualitativa e quantitativa. Una balorda stagione anomala su cinque buone è la norma, non il contrario. Per questo dobbiamo capire che non tutte le aree hanno le stesse potenzialità e che alcune di esse sono da considerarsi sempre più aree estreme o marginali.

Oliveti a Creta

In questo viaggio che faremo insieme per il Mediterraneo, toccheremo le coste di Creta, le colline di Volubilis in Marocco, le colline di Ayvalik in Turchia e poi il Metaponto e il Gargano ed ancora Jaen e Cordoba. Però desidero iniziare dalla regione che amiamo entrambi e dove entrambi viviamo: la Toscana.
Purtroppo più lavoro negli oliveti mediterranei e più avverto la contraddizione di fondo dell’olivo in Toscana e in gran parte del Centro Italia. Anch’io mi emoziono al solo pensare a campagne popolate da giovani e nuovi imprenditori agricoli che difendono quell’olivo simbolo di biodiversità e tipicità dell’ambiente fatto uomo della nostra terra toscana.
Occorre però capire che ci troviamo a parlare di una olivicoltura eroica che avrà necessità di una profonda riorganizzazione per sopravvivere. Mentre i vigneti colonizzano in lungo e in largo la regione modificandone il profilo e l’economia – perché qui in Toscana la viticoltura è produttivamente ed economicamente protagonista in modo così assoluto da primeggiare a livello mondiale – i nostri occhi osservano qualcosa di assolutamente “irreversibile“ nella decadenza dell’olivo. In Toscana e anche nel resto del Centro Italia. Metto in guardia dai limiti oggettivi di un mondo olivicolo toscano che ha già fallito una volta visto l’abbandono evidente della collina. Occorre dunque accettare questo abbandono come espressione delle condizioni economiche e produttive che ogni area può offrire in un determinato momento storico?

Vigneti e oliveti in toscana

Vedremo, ma intanto chiediamoci perché avviene tutto ciò?
Sai che l’olivo è una piante super rustica che si adatta a tantissime condizioni pedoclimatiche diverse, sai che l’olivo ha colonizzato immense aree ma va chiarito subito che dove questa pianta è stata protagonista di una reale produttività sono luoghi dove l’insolazione annua si assesta intorno alle 2500 ore di luce. Chiamiamo zona fredda dell’olivo quella nostra del Centro Italia semplicemente per questo: possiamo contare solo 1800 ore annue di insolazione! Fatte salve alcune fasce litorali, dove la insolazione aumenta senza però raggiungere i valori del Sud Italia, della Spagna e della Grecia. E senza arrivare ai valori africani che presentano eccessi in tal senso.

Impruneta – Firenze

Al di là delle specificità altimetriche e strutturali di terreni e giacimenti, delle disponibilità idriche o meno, della facilità o meno di lavorazione dei terreni occorre chiedersi cosa fa l’olivo in Toscana.
Mi scuso per una sintesi storica che potrà far rabbrividire qualcuno, ma vediamo che l’olivo è pianta ornamentale per gli Etruschi, continua a esserlo per i Romani che non a caso costruiscono il Monte dei cocci del Testaccio con le anfore della Betica e non della Etruria, pur essendo questa molto più vicina. Assenza totale di produzione significativa se non per motivi religiosi a cura dei Monasteri durante tutto il Medioevo. “Rinascita” Medicea a causa di una guerra con Pisa e così quali abilissimi uomini d’affari questi Fiorentini vestono una vera e propria speculazione immobiliare su terreni incolti e boschivi con un programma di incentivo alla produzione olivicola mai decollata se non per autoconsumo delle genti. Con il Granducato l’olivicoltura gode di uno splendore che è frutto di un momento particolarmente favorevole alla agricoltura in generale ma poi con la rivoluzione industriale via la gente dalle campagne e con essa fine della olivicoltura del Centro Italia. Sempre e da sempre l’olivo non è stato produttivamente significativo in questa regione del Centro Italia, ci piaccia o no questa è la realtà di ieri, di oggi e sarà anche quella di domani.

Cordoba

Riconosco che la marginalità dell’olivicoltura qui sia durissima da accettare anche e soprattutto quando sono proprio Toscana e Umbria a poter vantare un primato culturale sull’olio. Per millenni l’umanità ha prodotto e consumato oli lampanti e dolci mentre qui – e solo qui in modo consapevole, ampiamente esteso e fortemente voluto sia per questioni di gastronomia e gusto, sia di relazioni con l’ambiente per la difficoltà a maturare (poche ore luce) prima delle gelate – ci ritroviamo a sviluppare un gusto dell’olio amaro e piccante, un gusto assolutamente moderno. Ecco allora il primato culturale che si trasforma in primato economico e sociale: noi del Centro Italia siamo i depositari della qualità dell’olio.
Pertanto siamo stati i primi e sino a poco tempo fa gli unici che ne hanno diffuso il significato nel mondo.

Monte dei cocci

Sarà un caso che da Toscana e Umbria si commercializzi ancor oggi oltre il 60% dell’olio di oliva nel mondo? Nessun caso. Anche se non rompiamo più le anfore al Testaccio, abbiamo continuato a importare oli per servire i mercati del Mondo e fatto quindi transitare qualche miliardo di autobotti per le Superstrade di Toscana e Umbria. Su quell’asse, che da Grosseto finisce a Spoleto e che da Siena arriva a Firenze, si giocano i destini di molta parte dell’olio nel mondo.
Autobotti che vengono da dove? Scusami ma nessun antico Romano si scandalizzerebbe di consumare l’olio dalle sue province sparse per il Mediterraneo. Vero è che l’industria dell’olio nasce in epoca romana e tale l’abbiamo ereditata.

De re rustisca

Ecco quindi che vorrei con me un compagno di viaggio magari che quei posti li conosca per davvero. Mi chiedo allora cosa farebbe oggi un antico olivicoltore romano in un fantastico e ipotetico viaggio nel tempo se si ritrovasse qui con noi? Cosa può esserci di meglio se non risuscitare il nostro buon Columella?
Cara Caterina ti propongo allora il viaggio di Columella ai giorni nostri per l’olio e l’olivo del Mediterraneo e oltre oceano…
Alla prossima puntata,
Marco

 

 

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