Godfather agri mafie
La rubrica Olio e legalità apre con un’intervista esclusiva a Gian Carlo Caselli, responsabile osservatorio sulla criminalità nel settore agroalimentare della Coldiretti.

Parliamo di ‘olio e legalita’. Quanto pesa la presenza della mafia dietro la produzione e il mercato dell’ olio d’oliva in Italia?
Si può parlare di agromafie. Il sistema delle frodi è organizzato mediante il controllo di flussi transfrontalieri di miscele di olio. Queste miscele vengono lavorate per la successiva immissione in consumo. Come olio extravergine, riducendone le imperfezioni, oppure presentando l’olio come di origine italiana ma in realtà contraffacendone la provenienza da Marocco, Tunisia, Spagna eccetera. Tutto ciò con collegamenti tra imprese, impiego di mezzi tecnologici ingenti e indebito condizionamento del mercato. “Ingredienti” che portano appunto alle agromafie.
L’importazione di olio proveniente da altri paesi che viene poi venduto anche come 100% italiano si può chiamare “truffa legalizzata”?
Esiste una normativa sull’origine degli oli vergini che dovrebbe garantire il consumatore. Ma le operazioni di contraffazione hanno purtroppo una forte convenienza. Se il costo medio di produzione dell’olio in Italia è di 5/6 euro, e si mette in vendita o in offerta un prodotto a 1/2 euro, è ovvio che si realizzano guadagni consistenti. Quasi un incentivo alla contraffazione.
Le risulta che le organizzazioni criminali siano interessate al mercato dell’olio sofisticato? Come si possono aumentare i controlli all’origine e non quando ormai gli oli sono sullo scaffale?
Possiamo ricordare una recente operazione della Procura distrettuale di Milano in collaborazione con il Ros. L’operazione ha portato all’arresto (per 416 bis) dei componenti di un sodalizio che esportava in Usa olio venduto come vergine, ma ottenuto con semi vegetali. I controlli devono essere incrementati attraverso interventi fiscali e doganali. Ma occorrono anche mezzi di prova adeguati alle nuove tecnologie di contraffazione, come i controlli antidoping nello sport sul dna. Va detto che la nostra normativa sull’olio è la più moderna e adeguata, ma non viene applicata del tutto. Facciamo un esempio minimo: quello dell’oliera bandita dalla tavola del ristorante.
Cosa si può fare per contrastare il caporalato e il lavoro nero? Quali sono le dimensioni di questi fenomeni nella raccolta delle olive e nella lavorazione dell’ olio?
Il caporalato interessa il lavoro agricolo (ma non solo) soprattutto al sud (ma non solo). Anche nel campo delle olive. Spesso purtroppo si registrano fatti drammatici: lavoratori schiantati dalla fatica, costretti a lavorare in condizioni degradanti e umilianti. La nuova legge offre nuovi importanti strumenti ed è un significativo passo avanti, in particolare per quanto riguarda la descrizione dettagliata delle situazioni di sfruttamento del lavoratore. Qualche risultato si comincia a vedere. Nel primo anno di applicazione si sono avute penetranti indagini che hanno portato a denunce e arresti. Ma siamo ancora in una fase di sperimentazione. Per un bilancio occorre altro tempo. Magari per migliorare ancor più la normativa.
In molti, tra i produttori italiani, chiedono una nuova normativa sull’olio, che ne garantisca la tracciabilita’, la trasparenza nelle etichette, la legalita’ nei processi di produzione. Lei e’ d’accordo?
La tracciabilità del prodotto e la trasparenza delle etichette sono fondamentali. Obiettivo ultimo è quello di una etichetta “narrante” che racconti tutta la verità, niente altro che la verità, relativamente all’origine, produzione, trasformazione, ingredienti del prodotto e via seguitando fino alla data di scadenza. Su questa strada si stanno facendo passi importanti, la disciplina deve essere generalizzata perché è la vera garanzia del consumatore. Ne va della sicurezza alimentare e al tempo stesso del regolare funzionamento dell’economia agroalimentare.

Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli

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