Hanno scelto di proporre e firmare un accordo di filiera e dare all’olio l’appellativo “Italico”, non per far viaggiare l’olio italiano, ma un mix di olio italiano e olio importato e, così, mantenere più confuse che mai le idee dei consumatori, soprattutto quelli che si stanno avvicinando da poco all’olio, al suo uso, grazie alla fama di prodotto che unisce i piatti della cucina mediterranea e fa solo bene alla salute.
La possibilità concreta di tagliare le ali all’olio extravergine di oliva italiano, proprio nel momento in cui ha tutto per volare più alto di sempre e raggiungere, ovunque sta, quel consumatore esigente non solo di qualità, ma, anche e soprattutto, di diversità, che, sapendo l’importanza di questi valori, è disposto a pagare il giusto prezzo, quello che valorizza l’olio e il suo territorio d’origine, ripaga i sacrifici e gli impegni dell’olivicoltore.

Olissea vi riporta il punto di vista di Alberto Grimelli, Pasquale Di Lena e Fausto Borella:

di Alberto Grimelli per Teatro Naturale – Cosa si nasconde dietro all’olio Italico? Il prezzo, le trattative e una guerra commerciale. Ecco quanto non vi hanno detto sull’accordo di filiera tra Coldiretti e Federolio ma che dovrese sapere…
La proposta di un olio Italico, miscela di extra vergini di diversa origine con patente d’italianità, ha suscitato un vespaio di polemiche, surriscaldando ancor di più questa estate.
La mia idea su tale progetto non è cambiata da quando ne scrissi la prima volta, nel novembre 2016. Se è vero che “il prodotto 100% italiano commercializzato in Italia ha solo l’8% di quota di mercato”, come dichiarato dal Presidente Federolio Francesco Tabano a ItaliaOggi, non vedo perchè debba venire sacrificato e, soprattutto, sull’altare di quali interessi.
Non entro ulteriormente nel merito, essendo stato sviscerato da tanti commenti e comunicati, né nel gioco delle smentite e controsmentite che hanno solo dato ulteriore vitalità alla diatriba.
E’ evidente che l’accordo serve tanto a Unaprol/Coldiretti per vendere l’olio che alcune sue organizzazioni dei produttori hanno in giacenza, quanto alle imprese di Federolio per avere una copertura agricola alla loro attività tipicamente industriale.

Quello che stupisce è la tempistica dell’annuncio: il 28 giugno.
Tradizionalmente questo genere di eventi, per ottenere il massimo effetto mediatico, vengono programmati nell’imminenza o durante la campagna olearia.
Perchè tanta fretta nel far sapere che il prezzo dell’olio nazionale per la prossima campagna olearia sarà di 4,3 euro al chilogrammo?
Per capirlo occorre guardare oltreconfine e sapere che proprio in queste settimane si svolgono le trattative per le forniture di olio extra vergine di oliva nelle catene della Grande Distribuzione, specie statunitensi.
In netto vantaggio, fino all’annuncio dell’intesa Federolio/Coldiretti, apparivano i leader di mercato, per lo più affiliati ad Assitol, sulla base di prezzi all’ingrosso di 4,6-4,8 euro al chilogrammo per l’olio extra vergine di oliva nazionale.
Il prezzo di 4,3 euro al chilogrammo, fissato nell’accordo di filiera, ha però sparigliato le carte, innescando una vera e propria guerra commerciale a suon di ribassi, per di più in un’annata che si preannuncia di scarica per l’olivicoltura italiana.
Anzichè fare cartello per tenere sostenuto il prezzo dell’olio nazionale, insomma, si è fatto l’esatto contrario.
Da applausi! Autolesionismo allo stato puro.

ALBERTO GRIMELLI

Non mi stupisco più di divisioni e lotte intestine, ma ho ancora la forza di indignarmi di fronte all’ipocrisia di chi strepita e schiamazza contro lo strapotere della Grande Distribuzione, salvo poi favorirla con guerre commerciali da cui non possiamo che uscire perdenti.
Dividersi in guelfi e ghibellini fa parte del carattere italiano ma almeno, una volta, si faceva fronte comune contro il “nemico”.
Ora neanche più quello. Tanto a morire non sono i generali, a qualsiasi bandiera appartengano, ma le truppe: olivicoltori e frantoiani.
L’unica speranza, oggi, è che la smentita ufficiale di Coldiretti abbia segnato il definitivo de profundis dell’olio Italico e che non vi siano ulteriori guerre sul prezzo dell’extra vergine.
Solo allora, certi di aver toccato il fondo, si potrà pensare alla risalita.


di Pasquale Di Lena da http://pasqualedilena.blogspot.com

«Italico», un fantasma che spaventa l’olio italiano

Hanno fatto seccare il pozzo ed ora ti vogliono far bere l’acqua da loro scelta.
Nel caso dell’olio extravergine di oliva italiano si sono prima industriati a vedere come confondere il consumatore con una classificazione che, per far capire che è vero olio di oliva e che ha requisiti per essere classificato di qualità, bisogna aggiungere a “Olio”, la qualificazione aggiuntiva “extravergine di oliva”, visto che per “olio di oliva” s’intende il peggiore prodotto che si richiama all’estrazione dalle olive.
Una classificazne che ha, però, permesso di fare le peggior schifezze e proporle al consumatore, soprattutto a quello che non aveva alcuna idea dell’olio e dell’olivo.

LOVE ITALY

Poi si sono adoperati a mettere politicamente in un angolo l’olivicoltura, la coltura arborea più importante e più diffusa, ed è così che, nel frattempo, la Spagna ha fatto il sorpasso sull’Italia a gran velocità, per poi distanziarla fino a diventare, da anni ormai, irraggiungibile.
Hanno, solo di recente, approvato, ma dopo decenni di distrazione, un piano olivicolo, facendo perdere, in mancanza di un rilancio di questa coltura (l’Italia, oggi, avrebbe bisogno dei 600mila ettari di oliveti che non ha), gran parte delle enormi e straordinarie opportunità che il mercato, già comincia ad offrire, e, che ancor più, offrirà nei prossimi anni. Un piano olivicolo che, per ora, ha dato solo spazio agli impianti olivicoli super intensivi, voluti dalla industria spagnola e appauditi dall’accoppiata Unaprol – Coldiretti, cioè da un’associazione degli olivicoltori e dalla sua organizzazione professionale agricola, la più numerosa, quella che, dal dopoguerra, ha fatto il bello e il cattivo tempo dell’agricoltura italiana .
La promozione, in pratica, di quell’agricoltura industrializzata da parte di tutti quelli che dovrebbe difendere i nostri bravissimi coltivatori, sempre più preziosi e sempre meno, e la nostra agricoltura, fatta di piccole e medie aziende, poste, nella stragrande maggioranza dei casi, sulle colline. Un processo, come quello delle politiche della Ue, funzionale solo alle multinazionali della meccanica, della chimica, dei semi e dei brevetti, che sta portando all’abbandono di vasti territori del nostro Paese e all’esodo di centinaia di migliaia di coltivatori. I nostri preziosi cultori della terra, sempre più tartassati dalla burocrazia e dai finanziamenti europei, con quest’ultimi che, nel tempo, sono diventati cambiali da pagare.
Parlo dei governi di questo nostro Paese e, insieme, dei rappresentanti del mondo agricolo e dell’industria di trasformazione.
Quest’ultimi, e non tutti, alla fine hanno scelto di proporre e firmare un accordo di filiera e dare all’olio l’appellativo “Italico”, non per far viaggiare l’olio italiano, ma un mix di olio italiano e olio importato e, così, mantenere più confuse che mai le idee dei consumatori, soprattutto quelli che si stanno avvicinando da poco all’olio, al suo uso, grazie alla fama di prodotto che unisce i piatti della cucina mediterranea e fa solo bene alla salute.
Uniformare il prezzo al ribasso e, oltretutto, definirlo “italico”, vuol dire considerare l’olio come una delle tante commodity e non una peculiarità fortemente legata all’origine, il territorio, e ad altri importanti fattori.

PASQUALE DI LENA

Dare l’appellativo “Italico”, vuol dire, anche, azzerare di colpo quel ricco patrimonio di biodiversità olivicola, formatasi nel corso di secoli, se non millenni, unico al mondo con la sue 530 varietà di olivi autoctoni, che coprono, a parte l’Alto Adige, ogni angolo di questa nostra Italia.
Il modo, questo, per mettere ancor più in crisi l’olivicoltura italiana e i suoi principali protagonisti, gli olivicoltori.
La possibilità concreta di tagliare le ali all’olio extravergine di oliva italiano, proprio nel momento in cui ha tutto per volare più alto di sempre e raggiungere, ovunque sta, quel consumatore esigente non solo di qualità, ma, anche e soprattutto, di diversità, che, sapendo l’importanza di questi valori, è disposto a pagare il giusto prezzo, quello che valorizza l’olio e il suo territorio d’origine, ripaga i sacrifici e gli impegni dell’olivicoltore.
L’Italia ha bisogno dell’olivo. Ne hanno bisogno le sue colline, le sue aree interne per vivere la sostenibilità e rilanciare l’agricoltura e le altre attività ad esse collegate, e, per frenare l’abbandono. Ne hanno bisogno i coltivatori per impostare di nuovo un’agricoltura contadina, quella che ha rispetto della Terra e la considera viva, sacra; dell’ambiente e del paesaggio; del tempo e delle stagioni e, soprattutto, di dare continuità a un lavoro per niente facile da improvvisare che porta a produrre cibo. L’energia vitale.
L’Italia, in pratica, ha bisogno dei suoi oli, della sua agricoltura, per organizzare il suo domani, vivere i mercati, e, dai mercati ricevere quel valore aggiunto che serve a remunerare gli olivicoltori, che ne hanno bisogno per rimanere nelle aree sopracitate. E non solo, per suscitare, anche e soprattutto,l’interesse delle nuove generazioni che hanno bisogno, più del passato, di lavoro e giusta remunerazione, creatività, valori, un rapporto di reciprocità con la terra, soprattutto di rispetto.


di Pasquale di Lena  da http://pasqualedilena.blogspot.com

La vicenda “Italico” ha messo in difficolta la Coldiretti, la più grande organizzazione professionale dei coltivatori, e la sua Unione delle Associazioni dei produttori olivicoli (UNAPROL, impegnata nella promozione degli oliveti super untensivi), tanto da dover uscire con la dichiarazione di notizia falsa. Una smentita che diventa la conferma di una mazzata (definitiva) per la nostra olivicoltura e i nostri oli.
Un’operazione che spiega, dopo settant’anni di politica agricola in Italia, le ragioni della crisi crescente del settore centrale della nostra economia, caratterizzato da un costante esodo dalle campagne italiane, e, parlando dell’olivicoltura, del perché questo fondamentale comparto è stato tenuto per decenni, fermo sui binari morti della stazione più importante, quella delle grandi coincidenze. Solo due anni fa l’approvazione del Piano Olivicolo Nazionale con l’introduzione, all’ultimo momento, del sostegno agli oliveti super intensivi, una vera sciagura per la nostra olivicoltura.

OLIVETO INTENSIVO

“Distrazioni” che, ora, spiegano bene il grande sorpasso della Spagna, l’abbandono negli anni del 30% dei nostri oliveti, soprattutto là dove hanno più ragione di essere presenti; la necessità, oggi, di centinaia di migliaia di nuovi oliveti per rispondere alla domanda di olio italiano di qualità e, sempre più, all’insegna della diversità. L’Italico, una miscela di olio di oliva italiano e di olio di oliva importato, è una iattura. Tanto più se oggetto di un accordo di filiera che ha fissato prezzi che offendono la qualità e la diversità dei nostri oli e costringono i nostri olivicoltori e trasformatori a chiudere le proprie attività. A pensare che a creare questo grosso guaio sono quelli che, con i cappellini e le bandiere, vogliono far credere, soprattutto ai vari governi che s’insediano, che sono i detentori della politica agricola italiana e i difensori dei loro grandi e bravi protagonisti! L’Italico dimostra che non è così e non ci sono smentite che tengano.


Olio: polemiche senza freni sull’accordo di filiera
di A. Andrioli e Tratto dall’articolo pubblicato su L’Informatore Agrario n. 27-28/2018

L’annuncio della firma del contratto di filiera per l’olio d’oliva italiano firmato da Coldiretti, Unaprol, Federolio e Fai (Filiera agricola italiana) ha scatenato polemiche senza esclusione di colpi. 
Il contratto riguarda 10.000 tonnellate di olio extravergine made in Italy che Federolio si impegna a ritirare a un prezzo base di 4,30 euro/litro più eventuali maggiorazioni di 0,30-0,60 euro/litro legate alla qualità.
A parte le critiche sul prezzo, ritenuto da molti rappresentanti del mondo olivicolo troppo basso, a dare fuoco alle polveri è stata l’ipotesi di creare un olio chiamato «Italico», contenente «una percentuale di ottimo prodotto nazionale da fissarsi campagna per campagna secondo la disponibilità e una di olio non italiano che dovrà comunque rispondere a verificabili e documentati requisiti di eccellenza; sarà assoggettato a controlli effettivi e severi». Queste le parole del presidente di Federolio Francesco Tabano che hanno suscitato critiche feroci e accuse di sfruttare l’italian sounding né più, né meno di quanto succede all’estero.
Coldiretti, da parte sua, ha risposto alle accuse sostenendo che «Non esiste alcun riferimento al nome Italico, né tantomeno alle miscele di oli extravergine di oliva made in Italy con quelli importati dall’estero. Si tratta di una notizia falsa cavalcata, più o meno strumentalmente, per interessi che non hanno nulla a che fare con il bene del made in Italy».
Resta il fatto che se l’industria desse seguito a quanto annunciato, chiamare «Italico» un prodotto con solo il 50% di olio italiano sarebbe un chiaro tentativo di confondere il consumatore.


di Fausto Borella per Italia a Tavola Olio Italico, tanti teatrini per nulla. Intanto a soffrirne è tutta la filiera.

Tanto tuonò che piovve… così Socrate in una frase oramai divenuta celebre. Fa solo ridere, per non piangere a dirotto, questo teatrino che da giorni si stanno scambiando “amorevolmente” le varie associazioni di categoria che “dovrebbero” promuovere, divulgare e soprattutto difendere l’olio extravergine italiano. Per fortuna che Gino Veronelli è morto da più di due lustri, altrimenti se il suo stato conservativo gli desse la possibilità di girarsi nella sua splendida bara nel cimitero di Bergamo, diventerebbe un girarrosto perpetuo.

Luigi Veronelli

LUIGI VERONELLI

(Olio Italico, tanti teatrini per nulla Intanto a soffrirne è tutta la filiera) Ma davvero voi presidenti, direttorini, consiglieri, responsabili di quell’ente, quell’associazione, quell’unione e quant’altro, volete offendere l’intelligenza delle centinaia di migliaia di produttori seri che costellano il nostro meraviglioso Paese? E davvero credete che noi, che facciamo comunicazione da anni, per raccontare un olio, vero, puro, artigianale, quell’olio che esce dalle oltre cento milioni di piante sparse in 18 regioni italiane, non sappiamo che questo sia solo “tanto rumore per nulla”?
Quindi lo scandalo adesso è che l’olio italiano potrebbe essere smerciato a pochi euro al litro? Ma da quant’è che esiste la borsa dell’olio di Bari? Non mi sembra che si sia mai gridato alla scandalo prima di oggi. Finché non si toccano gli interessi di tanti, tutto tace, dopodiché inizia una guerra fratricida inimmaginabile.
Quando iniziai 17 anni addietro con Veronelli, cercando di far conoscere l’olio di eccellenza italiano, andammo con sette televisioni e una ventina di giornalisti nel porto di Monopoli per fermare le navi che arrivavano periodicamente a scaricare olio comunitario che poi, in una maniera o in un’altra, arrivava sulle tavole delle nostre famiglie.

FAUSTO BORELLA

Quel giorno non attraccò nessuna nave, strano. Eppure nel corso degli anni abbiamo fatto alcuni passi significativi: nel 2001 si conoscevano a mala pena alcune varietà olivicole per regione. Oggi sappiamo che c’è un numero certo come 538 cultivar che coprirebbero, se solo le producessimo in maniera corretta, oltre il 42% della produzione mondiale.
Ma non abbiamo fatto i conti con le speculazioni, gli incentivi, i fondi comunitari e tutto quello che poteva distrarre l’olivicoltore – esasperato da registri, codici e leggi – dal produrre un olio vero, senza essere sopraffatto dalla burocrazia. Quindi conviene di più ammattire per produrre un litro d’olio che in centro Italia costa più di 15 euro al litro o abbandonare gli oliveti, come succede in Toscana e Umbria, aspettando che arrivino i confezionatori?
Non possiamo maledire adesso le colpe che abbiamo avuto vent’anni fa. Non dobbiamo lasciarsi irretire dalle Scilla e Cariddi di turno che ci raccontano che con il super intensivo spagnolo risolveremmo i nostri problemi. Mentre scrivo sono nella piazza più bella di Lucca dove per tutto il mese di luglio raccontiamo a mille stranieri al giorno come sono buone le monocultivar e gli oli di eccellenza della Toscana e d’Italia. Prima però gli stessi stranieri assaggiano sia all’olfatto sia col pane i vari oli al prezzo di 4 euro: esatto, proprio quegli oli che vogliamo svendere come italiani. E qual è il risultato? Una volta capito l’inganno, acquistano bottiglie che costano non meno di 16 euro per mezzo litro, fino ad arrivare a 22 euro. Vi sembra una follia? No di certo.
Questo accade grazie ad una costante e continua volontà di far assaggiare l’olio buono, raccontando un territorio vero e persone dietro la bottiglia che ci mettono la faccia. Non più marchi farlocchi e nomi dall’italian sounding improbabile. Se vogliamo preservare un Paese meraviglioso come il nostro dobbiamo tutelarlo sempre. Ci stiamo riuscendo con i migliori vini, chiamandoli con il nome del vitigno: dobbiamo fare lo stesso sforzo con le cultivar solo italiane che danno profumi eccezionali. Sfido chiunque a dirmi il contrario: nessuno al mondo ha le potenzialità che abbiamo noi, tra le quali quella di abbinare dei monovarietali tutti italiani e di eccellenza a siti archeologici e storici di impareggiabile meraviglia; è questo uno dei motivi per i quali continuiamo ad avere milioni di turisti da tutto il mondo.
Qualche esempio: la Casaliva del lago di Garda e il Vittoriale di D’Annunzio; la Bianchera del Friuli e il Golfo di Trieste; La varietà frantoio e Firenze; quella Maurino e Lucca; Moraiolo con Assisi, Umbria; Caninese con Vulci; Tortiglione con l’Abruzzo; la Carboncella a Roma e vicino ai Castelli Romani; Ortice con Paestum, Raccioppella con Pompei; Peranzana accanto ai Castelli Federiciani della Puglia; la Coratina con Bari e Castel del Monte; l’Ogliarola nel Salento; l’Ogliarola, stavola quella del Bradano, con la Capitale europea della cultura Matera; la Tondina con Altomonte; la Cassanese nel Parco Nazionale della Sila; l’Ottobratica a Reggio Calabria, e a Tropea, naturalmente; la Nocellara con Segesta, Selinunte; la Tonda Iblea con Ragusa Ibla e Siracusa.
Mi scuso infinitamente per non aver citato le altre centinaia di varietà e soprattutto i luoghi magici che danno i natali a queste varietà. Finché il consumatore non richiederà di assaggiare un vero olio profumato e persistente, magari monovarietale, che ha un prezzo dignitoso per chi lo ha prodotto, continuerà questo teatrino di rimpallo di responsabilità tra questi enti che pensano solo ai loro profitti.

 

 

 

 

 

 

 

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