La cosa più preoccupante è che non si avverte il cliente finale dei rischi a cui si va incontro con un super-intensivo. Quindi la domanda che faccio ogni giorno a chi propone queste soluzioni è: ne abbiamo davvero bisogno in Italia? Siamo disposti a cancellare il patrimonio varietale, il paesaggio, l’ecologia, il nostro modo di vivere l’olivicoltura solo per rientrare nei costi mondiali produttivi?
Olissea intervista Pietro Barachini, giovane imprenditore della centenaria Società Pesciatina di Orticoltura (Spo).

Siete uno dei vivai olivicoli più grandi di Italia ed esportate molto anche all’estero, quali sono i paesi che si rivolgono maggiormente a voi e che cultivar prediligono?
 Quali sono i risultati più importanti che avete ottenuto finora?
I nostri vivai si estendono su circa 8 ettari a Pescia nel cuore della Toscana, con una produzione annua di 300.000 piante di olivo, di diverse misure e cultivar. Essi sono per il 100 % dedicati al vivaismo olivicolo professionale. Nel 2020 entreremo nel centesimo anno di attività, di cui gli ultimi 60 dedicati esclusivamente alla pianta di olivo. L’export negli ultimi 20 anni è arrivato anche a percentuali del 70%, questo perchè in Italia non si è investito più nella sostituzione delle piante di olivo. Abbiamo lavorato e stiamo lavorando tuttora con molti paesi esteri: USA, Emirati Arabi, Giappone, Slovenia, Croazia,

Pietro Barachini

Francia, Spagna e Portogallo. Fortunatamente con gli aiuti derivanti dai piani di sviluppo regionale, negli ultimi 3 anni c’è stata un’inversione di tendenza e sta aumentando la richiesta di piante di olivo certificate per nuovi impianti su territorio nazionale. A differenza di altri vivai olivicoli presenti nel mondo, noi siamo continuamente ricercati perché negli anni 90 (anni in cui il modello superintensivo riscuoteva un forte successo) abbiamo scelto di andare contro tendenza e di investire in un “modello olivicolo Toscano”. Un modello che puntasse alla produzione di olio extravergine di alta qualità con le proprietà nutraceutiche delle cultivar autoctone Italiane. Di solito le aziende multinazionali estere dell’olio extravergine (con modelli super intensivi applicati a cultivar brevettate per quest’uso) dopo un certo numero di anni si accorgono che il loro olio non è competitivo rispetto ad un olio prodotto con cultivar autoctone Italiane. E’ a questo punto che veniamo contattati e, proponendo impianti con il nostro modello “toscano” e cultivar autoctone (possibilmente semi meccanizzato), cerchiamo di risolvere il loro problema. Sinceramente mi dispiace molto esportare il patrimonio italiano unico al mondo, ed è per questo che sto cercando nel mio piccolo di proteggere le altre 400 cultivar italiane autoctone non ancora riprodotte in larga scala. Ma è vero anche che allo stesso tempo l’esperienza dell’export ci ha permesso di sviluppare delle certificazioni di filiera uniche nel suo genere, le quali oggi ci stanno proteggendo dall’incubo Xylella. Tutte le nostre piante da oltre 40 anni sono certificate con un sistema “chiuso “, vale a dire che ogni clone deriva da una pianta madre presente in vivaio o nei centri sperimentali specializzati della Toscana. Tutto viene controllato dalla Regione Toscana durante le fasi di riproduzione.
Il vostro vivaio è impegnato nell’allevamento delle numerose cultivar italiane questo si traduce anche in una grande ricchezza per la tipicità della produzione di oli italiani.
Attualmente ne stiamo riproducendo solamente 35, tutte rigorosamente appartenenti al germoplasma autoctono italiano. Ogni anno cerchiamo di incrementare la quantità; ne mancano ancora 400 da

SPOOLIVI

recuperare e salvare dall’estinzione. Per recuperare una cultivar ed inserirla nel nostro circuito di certificazione è necessario un processo molto lungo che richiede grossi investimenti. Spero che l’Italia un giorno si accorga di questa necessità e possa investire nel recupero e nell’identificazione di queste cultivar. Purtroppo l’attenzione degli ultimi 20 anni si è spostata altrove.

Cosa fate per contrastare la nuova tendenza a voler fare impianti superintensivi con cultivar spagnole?

Erano gli anni ‘90, l’Italia usciva da una terribile gelata che aveva disintegrato gran parte della biodiversità olivicola. Allo stesso tempo in Spagna e in Italia si stavano affermando oliveti intensivi e superintensivi con cultivar create appositamente. In quegli anni la mia famiglia seguiva con attenzione l’evolversi delle sperimentazioni, ma allo stesso tempo decise di impegnarsi nel recupero del maggior numero possibile di cultivar autoctone; era la cosa più urgente da fare. Attualmente devo dire che è stata una fortuna, perchè, se non avessimo investito nelle cultivar autoctone, oggi probabilmente avrei cessato

Impianto super-intensivo

la mia attività vivaistica. Basti pensare che un solo vivaio in Spagna produce circa 80 milioni di piante di olivo all’anno in sei cultivar brevettate per il super-intensivo, con costi che in Italia non possiamo nemmeno immaginare. Ormai tutto il mondo punta a fare “olio vegetale”, per la grande richiesta dell’Italia che lo acquista per l’export. Devo dire che la qualità di questi oli derivati da cultivar per superintensivo sta migliorando, grazie all’evoluzione delle tecniche di estrazione. Per contrastare questa globalizzazione del settore, abbiamo costruito una rete di professionisti su tutta la filiera: si chiama “spoolivi” che sta per Società Pesciatina D’Olivicoltura. Agronomi, squadre di piantumazione, irrigazione, frantoi ad alta efficienza nutraceutica, sistemi di raccolta semi meccanizzata, sistemi di stoccaggio dell’olio, sistemi di tracciabilità digitale dell’olio extravergine. Insomma accompagniamo il nostro cliente dalla pianta alla bottiglia in tutte le fasi per portarlo a vendere il proprio olio ad una fascia di prezzo che va dai 40 agli 80 euro il lt. Negli ultimi anni sono diventato assaggiatore professionista, e collaboro ad alcuni concorsi

#savebiodiversity

mondiali per la selezione dell’olio extravergine. Questo mi aiuta a perfezionare la mia conoscenza del profilo sensoriale delle cultivar autoctone italiane. Nel 2015 ho creato una start-up che si chiama iOlive, nata per contrastare le frodi nell’extravergine digitalizzando tutta la filiera, identificando tutte le fasi di produzione e certificando tutto il processo in maniera digitale e sicura.
State riscontrando delle difficoltà?
Dal 2000 ad oggi ho rinunciato a molti contratti in cui mi richiedevano cultivar spagnole per superintensivo. Ho cercato di far capire al cliente che  il superintensivo in Italia non è un obiettivo corretto per produrre olio di alta qualità. La tendenza di oggi è paragonare il super-intensivo al tradizionale, cioè 1000-1200 piante per ha contro le 200 per ha; questo non è sicuramente un metro di paragone corretto, sarebbe come correre in F1 con una Panda. Il paragone giusto andrebbe fatto tra un super intensivo ed un intensivo semi meccanizzato con cultivar autoctone a basso impatto ambientale; dopo 15 anni paragonare i risultati e verificare il prezzo di vendita del prodotto che riusciamo a ottenere in entrambi i casi. La cosa più preoccupante è che non si avverte il cliente finale dei rischi a cui si va incontro con un super-intensivo, non solo nell’investimento (cioè un alto capitale investito da ammortizzare in poco tempo) e nella capacità richiesta al singolo produttore nel gestire questi impianti molto complessi, ma anche nella difficoltà di trarre profitto in un mercato globale di olio extravergine che attualmente si aggira sui € 3.50/ Lt. Quindi la domanda che faccio ogni giorno a chi propone queste soluzioni è: ne abbiamo davvero bisogno in Italia? Siamo disposti a cancellare il patrimonio varietale, il paesaggio, l’ecologia, il nostro modo di vivere l’olivicoltura solo per rientrare nei costi mondiali produttivi? E’ vero che dobbiamo recuperare il 60 % degli oliveti non più produttivi, ma forse basterebbe aumentare il numero di piante ad ettaro senza modificare il paesaggio e cercare di rispettare l’ambiente in cui viviamo.

Intensivo di qualità

Possiamo meccanizzare solo in parte, preservando l’ambiente e la qualità dell’oliva e di conseguenza la qualità dell’olio, utilizzando più cultivar autoctone possibili per rappresentare meglio il nostro territorio. Dovremmo cambiare focus e concentrare le nostre risorse nella creazione di un “MODELLO ITALIANO “, un modello che vada in armonia con l’essere e vivere in ITALIA .
Una varietà di olivo può essere messa in qualsiasi regione adatta all’olivicoltura, ma rimarrà tale e quale o cambia a seconda del clima e del terreno che incontra?
Ogni cultivar autoctona italiana ha una sua origine geografica ben precisa, e nel corso degli ultimi 50 anni si è adattata all’ambiente ed al terreno. Ognuna inserita nel territorio di origine esprime un impronta organolettica dell’olio prodotto. In passato abbiamo puntato su poche cultivar in Italia (solo 5) per costituire l’olio extravergine italiano e forse ora ne stiamo pagando le conseguenze. Fortunatamente nel tempo sono emerse delle cultivar autoctone che hanno dato un imprinting regionale dell’olio. I principi da cui partiamo nel consigliare i nostri clienti sono diversi: scegliamo le cultivar autoctone per la propria origine e per le sue proprietà agronomiche. Dobbiamo prima fare le olive e poi pensare alla composizione dell’olio. Scegliamo quelle che si adattano meglio all’altitudine e morfologia del terreno ed alla storia climatica del posto. Da queste analizziamo gli oli monocultivar per costruire un blend che possa incontrare le esigenze di un mercato identificato.
Fino a qualche anno fa l’azienda che voleva fare degli oliveti nuovi si affidava completamente al vivaista che, con la scelta delle cultivar e varietà di olivi, determinava anche le caratteristiche dell’olio. Soprattutto dopo la gelata dell’85 che vide gli olivicoltori obbligati a ripopolare quasi del tutto i propri oliveti, il fornitore era anche consulente e progettista dell’impianto. Qual è oggi l’approccio dell’imprenditore?
Oggi i nostri vivai si sono evoluti e siamo diventati dei vivai specializzati nella riproduzione di piante di olivo certificate. Innanzitutto per garantire un maggior controllo fitosanitario e soprattutto perché coltivare una pianta di olivo è un processo molto complesso.
Credo che sia di fondamentale importanza creare una rete di agronomi, assaggiatori e vivaisti che possa portare l’azienda ad una visione complessiva della sua meta. E’ inutile far piantare delle cultivar che non riescono ad esprimere una qualità dell’olio all’altezza di quella ricercata. Ed è per questo che è nata l’idea di “spoolivi”, una rete di professionisti che si occupano di tutti passaggi di filiera .
Il cliente ha delle esigenze ben precise o si affida ancora completamente alle proposte del vivaista?Un cambiamento di tendenza in questo senso sarebbe il vero segno di una nuova olivicoltura, un nuovo approccio mentale e culturale.
Chi investe oggi nell’olivicoltura italiana è un imprenditore che deriva da altri settori. Fin dall’inizio stabilisce a quale target di olio extravergine vuole arrivare, anche perché il mercato dell’olio extravergine da 3 /10 euro al lt è un mercato ormai in mano ai paesi extraeuropei. Invece il mercato di extravergine che parte dai 30 euro/lt composto da cultivar autoctone italiane, è un mercato in via d’espansione, con una grandissima richiesta. Lì non si va a vendere solo una bottiglia di olio, si vende un prodotto nutraceutico con un paesaggio ed un modo di vivere ITALIANO in sintonia con la natura.
A livello di ricerca e sperimentazione che attività avete?
Da quasi 100 anni collaboriamo con i maggiori centri di ricerca ed università italiane. Nel 1959 il professor Breviglieri dell’università dei Georgofili di Firenze, sperimentò in una delle nostre serre la prima tecnica di riproduzione per talea delle piante di olivo, tecnica con cui oggi nel mondo vengono riprodotte milioni di piante. Oltre a questa utilizziamo la tecnica di riproduzione per innesto, anche questa presente a Pescia da fine ‘800. Da allora diamo sempre sostegno alla ricerca per capire quali

possono essere le innovazioni, prestando attenzione però a non dirigersi verso la manipolazione genetica, quello lo lasciamo fare alla natura. Attualmente stiamo sperimentando dei portainnesti che ci hanno colpito per la loro resistenza a patogeni presenti nei terreni al momento del trapianto, per altre proprietà molto interessanti. Ci vorranno ancora molti anni di sperimentazioni per avere dei risultati certi e sicuri. Stiamo anche testando da tempo dei sensori all’interno delle piante leggibili da smartphone, che riescono a dare tutte le informazioni possibili di tracciabilità della pianta perché crediamo che l’identità delle cultivar e la loro certificazione sia la vera innovazione del futuro.
I tempi di crescita di una pianta di olivo sono piuttosto lenti, per contro i tempi di osservazione sono molto rapidi. Come fate a individuare nel minor tempo possibile le caratteristiche di una nuova razza, di un incrocio sperimentale?
E’ un grosso problema della ricerca Italiana, molto spesso vengono finanziati dei progetti solo per 4 anni, progetti che necessitano come minimo 10 – 12 anni di sperimentazione in campo. Dove possiamo, cerchiamo di sostenere la ricerca, in modo da avere più dati possibili ed essere sicuri con i nostri clienti. Sinceramente non capiamo come possano nascere nuove cultivar ed essere subito immesse sul mercato, senza aver passato almeno una sperimentazione in campo di almeno 10 anni. La nostra forza più grande è nelle esperienze dei nostri clienti che da gran parte del mondo e dall’Italia ci mandano report sul comportamento delle cultivar e del loro olio prodotto. Ogni anno ricevo decine di oli provenienti da tutto il mondo da assaggiare e capirne l’evoluzione.
Sento molto parlare di studi e attenzione ai portainnesti, un argomento dimenticato per decenni. Avete un interesse in questo?
Dagli anni settanta, in Italia si fanno ricerche sui portainnesti. Come detto precedentemente stiamo testando anche noi dei portainnesti, ma la nostra attenzione è a 360 gradi: oltre all’aspetto nanizzante, ricerchiamo soprattutto la resistenza a malattie e patogeni e per questo occorreranno diversi anni di sperimentazioni in campo per affermare la loro efficacia. In questo momento la nostra ricerca ha portato a sviluppare delle tecniche per incrementare la crescita in vivaio dell’apparato radicale, elemento fondamentale per la corretta crescita della pianta in campo.
Prospettive per il futuro?
Sinceramente il futuro mi fa un po’ paura. Continuare ad investire su sistemi degli anni ‘90 ad alto inquinamento ambientale, non so quanto possa essere utile per l’olio extravergine italiano. La globalizzazione ci porta a rincorrere dei prezzi sempre più bassi “perché altri paesi lo fanno”, ”perché questo è il trend” così ci dicono gli esperti. Ma noi siamo in Italia, con un patrimonio di oltre 600 cultivar autoctone, un paesaggio unico al mondo, una biodiversità nel modo di vivere che tutto il mondo ci invidia. Ecco, io ho paura di perdere tutto questo, che in futuro non abbia più senso produrre olio extravergine in Italia.

 

 

 

 

 

 

Share: